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Se lo spread si alza il valore delle aziende si riduce? La parola all’esperto




L’andamento dello spread influenza in maniera evidente il valore dell’azienda. Certamente questa dispersione di valore non è immediatamente percepibile ma è reale e colpisce veramente tutte le aziende anche se in misura diversa tra loro. La dimensione del “danno” si rende evidente solo quando l’impresa è oggetto di un’attività straordinaria per la quale viene richiesta una specifica perizia estimativa del valore aziendale: cessioni o affitti di rami d’azienda, cessione o trasferimento di quote sociali, recesso di soci, fusioni o anche scissioni societarie. Infatti, per valutare un’azienda ed in particolare quella grandezza intrinseca detta “avviamento” che , in taluni casi, può assumere valori spesso rilevanti bisogna “attualizzare” i guadagni stimati futuri “normalmente” realizzabili. Tale “attualizzazione“ si realizza attraverso un calcolo di matematica finanziaria che riconduce a valori correnti e attuali tutti i flussi reddituali futuri, scontandoli con dei “tassi di attualizzazione” che variano in base al settore di appartenenza ma anche in base alla nazione in cui l’azienda opera. Nel caso dell’Italia la componente “nazionale” si ottiene introducendo nel calcolo dell’interesse il rendimento dei titoli di stato a lungo termine (ex: BTP scadenza a 10 anni) tecnicamente il cosiddetto free risk rate ovvero il tasso di interesse a rischio zero. Quindi, se il rendimento dei BTP sale (come è avvenuto in questi giorni) anche il tasso di attualizzazione cresce e di conseguenza il valore aziendale scende istantaneamente. Porto ad esempio un caso concreto riferito ad una piccola azienda lombarda che a settembre, con un rendimento dei BTP a 10 anni pari a 2,7%, valeva 1.178.000,00 euro; oggi la stessa azienda con rendimento dei BTP a 10 anni del 3,41%, a parità di tutti gli altri parametri di valutazione: reddito stimato futuro, rischio di mercato, rischio specifico aziendale ecc., vale euro: 1.121.000,00, quindi, ben 57.000 euro in meno solo per l’effetto dell’innalzamento del rendimento dei titoli di stato italiani. Comunque, ben più grave sarebbe il caso in cui l’Italia dovesse subire un declassamento del rating, in tale situazione oltre all’impennata del rendimento lordo dei BTP a lungo termine, causato dal forte deprezzamento delle quotazioni, dovremmo far aumentare il tasso di attualizzazione anche del saggio del rischio paese che, dato il nostro attuale rating, oggi è stimato nella misura del 1,60%.

In breve tempo ci troveremmo con: valori aziendali falcidiati, banche italiane in serie difficoltà, che si tradurranno in una sensibile stretta creditizia che colpirà le aziende nella concessione delle linee di credito, finanza statale sotto stress nel reperimento delle risorse necessarie per il funzionamento delle funzioni di pubblica utilità, valori immobiliari in picchiata e sempre meno liquidi. Auguriamoci proprio che questa resti solo un’ ipotesi teorica. Ma nel frattempo cosa può e deve fare l’imprenditore? Se il rischio spread costituisce una variabile esogena non evitabile per l’impresa italiana, ben altra questione sono i rischi intrinsechi propri ad ogni azienda, in particolare mi riferisco al “rischio operativo” strettamente connesso alla struttura dei costi aziendali ed al “rischio finanziario” strettamente connesso al rapporto di indebitamento ed alla natura delle fonti di finanziamento, qui l’imprenditore può fare molto attuando politiche volte a ridurre tali rischi. In ogni caso il primo passo da fare è quello di misurarne il grado di pericolosità , sia in termini dinamici (la loro evoluzione negli ultimi anni) sia in termini di posizionamento competitivo (confrontandosi con i diretti concorrenti) al fine di individuare le corrette azioni di miglioramento.

Dott. Carlo Mauri - Corporate Advisor M&V